Categoria: Attualità

Mps, via libera della Bce al piano su sofferenze e aumento di capitale

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Istat: più occupati a giugno ma calo degli inattivi fa salire disoccupazione

Il tasso di disoccupazione a giugno è risalito all’11,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali su maggio, mentre per i giovani è sceso fino al 36,5 per cento.
Gli occupati aumentano fino al 57,3% tra giugno e luglio, un livello che non si raggiungeva dal 2009. Lo comunica l’Istat.

Disoccupazione in aumento
Dopo il calo di maggio (-0,8%) la stima dei disoccupati a giugno aumenta dello 0,9% (+27mila). L’aumento è attribuibile agli uomini (+2%) a fronte di un lieve calo tra le donne. Il tasso di disoccupazione giovanile diminuisce di 0,3 punti a giugno portandosi al 36,5%. Si tratta, dice l’Istat, del livello più basso da ottobre 2012.

Pensioni, Ape «light» per i disoccupati

A giugno +71mila occupati
Secondo l’Istat, il tasso di occupazione è salito a giugno di 0,1 punti percentuali al 57,3% rispetto al mese precedente, un livello che non si raggiungeva da agosto 2009. La stima degli occupati aumenta dello 0,3% in questo mese (+71mila persone occupate), proseguendo la tendenza positiva già registrata nei tre mesi precedenti (+0,3% a marzo e ad aprile, +0,1% a maggio). Una crescita attribuibile alla componente maschile e a quella femminile, che riguarda gli indipendenti (+78mila), mentre restano invariati i dipendenti.
L’Istat segnala anche che «i movimenti mensili dell’occupazione determinano nel secondo trimestre 2016 un consistente aumento degli occupati (+0,6%, 145mila unità) rispetto al primo trimestre».

Più occupati over 50, in calo gli inattivi
L’aumento degli occupati negli ultimi dodici mesi, spiega l’Istat, riguarda prevalentemente i lavoratori più anziani. Su 329 mila occupati in più a giugno rispetto all’anno precedente, 264 mila hanno 50 e più anni. L’Istat rileva che sono in aumento anche i lavoratori più giovani, con meno di 35 anni (175 mila in più), mentre continuano le difficoltà per la fascia di età intermedia. Tra i 35 e i 39 anni gli occupati si riducono in un anno di 111 mila unità.
La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno diminuisce dello 0,4%
(-51mila), proseguendo il calo dei tre mesi precedenti.; la diminuzione riguarda uomini e donne. Il tasso di inattività scende al 35,1% (-0,1 punti). Nel trimestre aprile-giugno l’aumento degli occupati è associato a un calo degli inattivi (-1,3%, pari a -181mila), mentre i disoccupati sono in lieve aumento (+0,2%, +7mila).

Renzi: «Con il Jobs Act fatti, non parole»
Su Twitter il premier Matteo Renzi commenta i dati appena diffusi dall’Istat: «Fatti non parole. Da febbraio 2014 a oggi l’Istat certifica più di 599mila posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il Jobs Act».

Il tweet del presidente del Consiglio

«Molto soddisfatto» anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: «I 71mila occupati in più sul mese precedente, 329mila in più in un anno e 600mila in più da quando siamo al governo sono risultati straordinari – dice – a cui si affiancano il calo dei disoccupati e la costante diminuzione degli inattivi, a conferma della fiducia nella possibilità di trovare un’occupazione». Il ministro ha anche parlato du un «possibile decreto correttivo del Jobs Act a settembre» per trovare risposta alle problematiche sul lavoro emerse durante i tavolo tecnici Governo-sindacati.

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La foresta che i mercati non vogliono vedere

La flessibilità con cui l’Europa ha affrontato le difficoltà delle banche europee in queste ultime settimane ha evitato effetti sistemici che, amplificati dalle incertezze del dopo-Brexit, avrebbero potuto essere molto gravi. Ma se questa strategia può aiutare a risolvere alcuni punti di crisi come quello del Monte dei Paschi di Siena, non ci si deve illudere che si tratti della cura definitiva di un problema che – sia pure con diversa intensità e modalità differenti – coinvolge l’intero sistema bancario del continente.

Unicredit valuterà con Bce misure capitale per compensare impatto scenario avverso

In effetti, il grande successo ottenuto finora dai regolatori è stato quello di indurre le banche europee ad una ricapitalizzazione a tappe forzate (260 miliardi di euro dal 2011). Si è così rimediato al principale difetto della regolamentazione pre-crisi, che aveva consentito alle banche di operare con livelli di patrimonio assolutamente inadeguati. Si è cioè vinta una battaglia (meglio: si è recuperato rispetto alla sconfitta del regime precedente di Basilea) ma non la guerra. Come ha affermato Andrea Enria, capo dell’Autorità bancaria europea, questo è solo il primo passo: occorre, anche , una valutazione approfondita della qualità degli attivi bancari (non solo dei prestiti) e soprattutto occorre che le banche ristrutturino i propri bilanci per adattarli ai nuovi scenari del dopo crisi.

Su questi altri due fronti l’incertezza regna ancora sovrana.

Mps non supera lo stress test Eba. Sotto osservazione Barclays, Deutsche Bank e Banco Popular. Enria: sistema più solido del 2014

L’Asset quality review avviata dalla due autorità europee (Eba e Bce) è appena agli inizi e se ha raggiunto risultati già soddisfacenti per quanto riguarda il portafoglio crediti, ancora molto rimane da fare per il portafoglio titoli e in particolare per quello più opaco (il cosiddetto “livello tre”) perché composto da titoli privi di mercato. L’indagine Mediobanca su un campione di 66 banche internazionali (di cui 29 europee, quasi la metà del totale attivo di bilancio) pubblicata due giorni fa rivela che l’esposizione al rischio di mercato delle banche europee è ancora molto elevata. Il fair value dei derivati in portafoglio alla fine del 2014 era di quasi 7 trilioni di euro (circa il doppio degli Stati Uniti) e addirittura il valore netto riportato in bilancio superava di venti volte quello americano. Inoltre, le attività di livello tre rappresentavano il 20,6 per cento del patrimonio complessivo, contro il 13,1 per cento delle banche americane. E si badi che questi dati sono fortemente influenzati dalle grandi banche francesi, tedesche e inglesi che sono ancora orientate all’attività di investment banking.

Questi dati dimostrano non solo che c’è ancora molto da fare per portare chiarezza nei bilanci bancari europei, ma anche che i colossi del credito dei Paesi centrali e del Regno Unito non hanno ancora definito una strategia adeguata alla nuova realtà del dopo crisi. Paul Tucker, già responsabile della vigilanza britannica e ora a capo del Systemic Risk Board, ha detto che occorre almeno una generazione per adattarsi al “new normal” perché siamo di fronte ad una svolta epocale. Il problema è che dall’inizio della crisi è trascorso ormai un terzo di quel tempo e sempre i numeri di Mediobanca dimostrano che assai poco è cambiato. Le dimensioni delle banche, misurate dal totale attivo di bilancio, sono oggi superiori a quelle del 2005; il numero dei dipendenti si è modificato solo marginalmente; i costi operativi assorbono più di due terzi dei ricavi lordi complessivi.

Il tutto in un quadro in cui la redditività di base si è ridotta drasticamente e in cui ci sono sacche di pericolosa inefficienza economica. Le sei maggiori Landesbanken tedesche, dopo aver bruciato agli inizi della crisi un terzo del loro patrimonio per aver investito nei titoli strutturati americani, hanno prodotto negli ultimi sette anni un modestissimo utile aggregato, pari allo 0,2 per cento dei ricavi, e hanno chiuso in rosso l’esercizio 2014. I grandi colossi dei mercati da Deutsche Bank a Barclays cambiano ceo e piani strategici con la volubilità con cui le signore cambiano i cappellini, ma i risultati continuano ad essere modesti e deludenti. E i dati di Mediobanca dimostrano impietosamente che vale il detto francese: “Plus ça change, plus c’est la même chose”.

Il fatto è che l’Europa ha preferito affidare ai singoli Paesi il processo di ristrutturazione: in questo modo si possono mettere cerotti sulle ferite più gravi (tanto più se si concede una certa flessibilità) ma il problema di fondo rimane in tutta la sua gravità e per definizione si aggrava e si cronicizza con l’andare del tempo.

I mercati vedono gli alberi ma non la foresta: vedono i punti di crisi man mano che si manifestano ma sembrano ignorare che si tratta di un problema generalizzato. È così che The Economist può raffigurare il sistema bancario italiano come un autobus che procede (a marcia indietro) verso il burrone e ha già due ruote pericolosamente nel vuoto. È una rappresentazione assolutamente inadeguata della realtà perché ignora i problemi delle grandi banche tedesche e francesi.

Qualche anno fa il rapporto Liikanen aveva avuto il merito di indicare una strada comune (quella della separazione fra l’attività bancaria commerciale e quella di investment banking) che appare ormai superata dai fatti. È tempo di avviare una seria riflessione comune su che tipo di banca vogliamo e come si possa accelerare il processo di ridefinizione dei modelli di business e di assorbimento dei focolai di crisi. Ricordando che non si possono affidare processi di transizione così importanti ai singoli Paesi e che il mercato va aiutato, perché in queste circostanze la mano invisibile brancola nel buio.

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L’economia Usa cresce meno delle attese: nel secondo trimestre Pil a +1,2%

L’economia americana è cresciuta nel secondo trimestre a un passo molto più lento di quanto anticipato dagli analisti. Gli investimenti cauti delle aziende hanno annullato un più robusto rialzo delle spese per consumi. È quanto emerge dalla lettura preliminare del dato diffuso dal dipartimento al Commercio americano, secondo cui il Pil è aumentato dell’1,2%. Gli analisti attendevano un rialzo del 2,6 per cento.

Nel primo trimestre il dato era salito dello 0,8%, in progressivo ribasso dal +1,4% del quarto trimestre 2015. L’economia cresce meno del 2% da tre trimestri consecutivi.

L’economia americana ha comunque rallentato il passo all’inizio del 2016, dopo che nel 2015 la crescita si è attestata al 2,6%, l’anno migliore dal 2006, sopra la media del 2,1% all’anno registrata dal 2010, il primo anno intero dopo la recessione. Per fare un paragone, la crescita media negli anni Novanta era stata del 3,4% all’anno.

La Federal Reserve per il 2016 prevede un rialzo del 2% (rivisto al ribasso dal +2,2% precedente durante la riunione del 14 e 15 giugno, mentre dopo la riunione di luglio non era in calendario un ulteriore aggiornamento).

Brusca frenata del Pil americano: solo +0,5% nel primo trimestre

A mettere il freno al dato sono stati come detto gli investimenti aziendali: quelli fissi non residenziali, metro di misura del settore, sono scesi del 2,2%, segnando il terzo calo trimestrale consecutivo. Anche le scorte sono diminuite, sottraendo 1,16 punti percentuali al Pil. Questo ha limato l’apporto positivo delle spese per consumi, che generano due terzi dell’output e che sono balzate del 4,2%, il trimestre migliore dalla fine del 2014 (le spese per beni sono cresciute del 6,8%, quelle per servizi del 3%).

Il trade ha inciso in modo positivo per 0,23 punti percentuali: le esportazioni sono salite dell’1,4%, mentre le importazioni sono calate di misura. Va ricordato che un deficit commerciale inferiore incide in modo positivo sul Pil. Gli investimenti fissi residenziali, che includono la costruzione di case e lavori di ristrutturazione, sono calati del 6,1%, invertendo la tendenza rispetto ai periodi precedenti (la componente ha contibuito in modo positivo al Pil in modo costante dal 2014 in poi). Le spese federali sono calate dello 0,9%, sulla scia del ribasso nel comparto della difesa.

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

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Il capitale c’è, ora la partita è su Npl e redditività

Punto e a capo. L’esito notturno degli stress test rappresenta l’ulteriore certificazione del fatto che la maggior parte delle banche italiane non ha problemi sul versante del capitale: diversamente, non si sarebbe potuto superare il nightmare scenario inventato dall’Eba con i requisiti che si sono visti ieri. Vale per Intesa Sanpaolo, UniCredit, Ubi e il Banco Popolare, ma anche per quasi tutte le altre banche esaminate dalla Bce e non dall’Eba: anche in questo caso, come per il Monte, le situazioni critiche sono quelle note e per di più in massima parte già superate con le recenti ricapitalizzazioni ad opera di Atlante.

Insomma, se il mercato aveva (o gli faceva comodo avere) alcuni dubbi sulla solidità degli istituti italiani, nelle scorse ore sono stati fugati. È una certezza non da poco, visto il contesto normativamente fluido e borsisticamente volatile di questi tempi. Che ora deve diventare il punto di partenza per una nuova fase, tutta concentrata su altre due questioni nodali: la revisione dei business model e la gestione più proattiva delle sofferenze.

Sugli Npl sempre la nottata di ieri ha portato potenziali buone notizie con il piano Mps. La prima è sul fronte dei prezzi: non solo Siena può ambire a cedere le sue sofferenze al 33%. Inoltre, lo schema costruito per il Monte vale doppio perché  può essere in buona parte replicato; in particolare lo spin-off (con o senza Spv) dei crediti deteriorati, di cui aveva parlato Il Sole in tempi non sospetti riportando un’ingegnosa soluzione elaborata da Equita, è una via che può essere imboccata anche da altri istituti. Così come il tranching delle Abs, che nella miscela studiata da Quaestio può rivelarsi sostenibile anche in altri casi.

I crediti deteriorati restano la vera urgenza del sistema bancario italiano, dunque il problema va affrontato subito e di petto. Forse meno eclatante ma altrettanto urgente è la questione dei business model (e delle dimensioni), una tematica di carattere industriale e occupazionale ma dalle evidenti ricadute finanziarie, sottoforma di redditività. Modelli vecchi e inefficienti costano molto, assorbono capitale e pagano poco: c’è da accelerare nei processi di rinnovamento, tutti insieme, nella consapevolezza che solo banche redditive fanno felici gli azionisti (ma anche i regulators) e quindi possono stare in piedi, nel tempo.

Dopo mesi di stress, i risultati dovrebbero garantire – almeno a chi ne è uscito bene – un po’ di calma. Visti i precedenti e il clima generale, non durerà molto: meglio non perdere tempo.

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Europa positiva nel giorno degli stress test, Milano la migliore con Mps e Generali

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Hillary: non credete a Trump, uniamo l’America

FILADELFIA – A Filadelfia, ieri notte, alla convention democratica, Hillary Clinton ha scritto un’altra pagina di storia americana: «Accetto la vostra nomination», ha detto la ex First Lady poco dopo aver attaccato Donald Trump e il suo individualismo, il pessimismo con cui impaurisce gli americani e dopo aver ricordato che l’America è un Paese forte che guarda al futuro sempre con ottimismo: «Mi chiedo, dove è andato a finire il partito repubblicano? Invece di parlarci delle mattine in America (motto ottimistico di Ronald Reagan) Trump ci parla della mezzanotte in America».

Chelsea: mia madre, combattente progressista pronta per la Casa Bianca

Hillary è riuscita a trascinare la folla, ha parlato di Bill, del cammino che continuano a fare insieme dopo 45 anni di matrimonio, ha ringrazito la figlia Chelsea che l’ha presentata alla platea (con un discorso non memorabile) ha parlato della famiglia del partito democratico, della sua esperienza da senatore e poi da segretario di Stato, ha raccontanto alcuni degli episodi salienti della sua vita, ha cercato di intrecciare le sue innegabili doti di leadership con un tocco umano che nei sondaggi sembra sempre mancare: «Mia madre Dorothy è stata abbandonata da bambina dai suoi genitori, a 15 anni lavorava come domestica, ha poi trovato persone che l’hanno aiutata e che le hanno restituito la fiducia nella vita. E mi ha sempre insegnato l’importanza della compassione», ha detto Hillary.

Ha poi ricordato l’importanza di aver raggiunto il traguardo che ha raggiunto per tutte le donne d’America :«Per le donne che ancora combattono per avere una paga uguale a quella degli uomini, per le donne che sono trattate con accondiscendenza sul posto di lavoro, per le donne che dopo di me potranno capire che una volta sfondate questa barriere il loro unico limite sarà il cielo». E le 40.000 persone assiepate nella Wells Fargo Arena sono esplose in un grande, assordante tripudio.

In effetti l’America progressita, l’America delle nuove frontiere che ha sempre anticipato i tempi e le tendenze su questo fronte era rimasta indietro, pensiamo a Margaret Tatcher in Gran Bretagna, arrivata al potere già negli anni Ottanta, ad Angela Merkel in Germania e adesso a Theresa May: la Gran Bretagna ha già avuto due capi di governo donne, per non parlare della Regina Elisabetta. Per questo il tripudio, per questo l’America ha celebrato con questa passione la nomination formale: comunque andranno le cose a novembre, c’è già stata una svolta epocale per il Paese.

Il generale: sarà Hillary a battere l’Isis

Hillary ha attaccato il carattere di Trump, volubile, e la sua personalità «fragile e narcisista» :«Alla convenzione di Cleveland ha detto: “Io so come risolvere il problema dell’Isis”. Io so come risolverlo? Meglio dei nostri generali? Non capisce l’importanza del gioco di squadra, l’America con il suo motto per lo sforzo collettivo è la negazione del messggio di Donald Trump, se si scalda per un messaggio via twitter, immaginte cosa farà se avrà il dito sul pulsante nucleare».

L’intervento della Clinton è stato efficace, ha coperto tutti gli aspetti importanti di queste elezioni, il rilancio dell’occupazione, la necessità di rafforare il manifatturiero, di rinegoziare accordi commerciali che penalizzano l’americano medio: «È la classe media di cui dobbiamo occuparci, perchè senza una classe media prospera è l’intero Paese a soffrire, questo Trump non lo capisce», ha detto ancora Clinton. Ha anche parlato di educazione, di sanità, di Corte Suprema, di scienza e di ambiente. E lo ha fatto sempre con un piglio che guardava più a sinistra che verso il centro.

Con ieri, con le due convention archiviate, lo scontro sarà adesso diretto. Ci sarà una pausa. E poi questa donna fiera, intellettuale, con una visione strategica che ha già accumulato un’esperienza rara per molti politici uomini e Donald Trump, determinato provocatore sempre in grado di capire la pancia del Paese, passeranno allo scontro diretto. Che sarà senza dubbio affascinante, pieno di colpi di scena e non privo di conseguenze: se dovesse vincere Trump si sarà archiviato un lungo pezzo di storia americana e si volterà pagina nel senso vero del termine, con il rischio di un salto nel buio. Se vincerà Hillary avremo dietro la retorica di sinistra in politica interna, una riaffermazione del multilateralismo e del modello di crescita e di democrazia industriale che già conosciamo, con il rischio di un salto nel passato.

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La doppia svolta sui crediti di Mps che può servire a tutto il sistema

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Obama a Filadelfia: pronto a passare il testimone a Hillary

FILADELFIA – C’è stato il passaggio del testimone della speranza, anzi «dell’audacia della speranza». Il passaggio tra un presidente in uscita, Barack Obama, nostalgico e commosso a salutare il suo pubblico che otto anni fa lo ha portato, primo afroamericano, alla Casa Bianca, e un nuovo candidato alla Casa Bianca, Hillary Clinton, la prima donna a chiedere al Paese di poter accedere all’Ufficio Ovale per guidare la nazione. Questi due primati da soli, il primo realizzato, l’altro possibile rappresentano il cammino verso «un’Unione più perfetta – ha detto Obama – come ci hanno chiesto di fare nostri padri fondatori qui a Filadelfia».

REUTERS/Jim Young

E in questa staffetta tra un presidente in carica afroamericano e il suo possibIle successore donna, nell’abbraccio finale tra Barack Obama e Hillary Clinton sul palco, c’è tutto il messaggio d’insieme di questa terza serata della convention democratica di Filadelfia. I quattro oratori principali, nell’ordine, il vicepresidente Joe Biden, Mike Bloomberg, il nuovo vicepresidente Tim Kaine, e per il gran finale proprio Barack Obama, hanno cercato, chi in un modo chi in un altro, di esorcizzre la sindrome della paura che, ha detto di nuovo Obama, cerca di instillare Donald Trump.

Poi l’attacco: Trump è stato paragonato a un perdente, che rinnega i valori centrali dell’eccezionalismo americano, la sua apertura e la sua generosità. «Valori – ha detto Obama – che rischiano di essere dimenticati, per questo vi chiedo di votare per Hillary Clinton». Poi, il passaggio sulla speranza: «Non so quanto la retorica della paura possa conquistare voti – ha detto Obama – ma so che è una retorica che non appartiene all’America, siamo un Paese che si rialza sempre, che si è rialzato dopo la più grave crisi finanziaria in un secolo».

Bloomberg ai democratici: assieme contro Trump

E Mike Bloomberg, ex sindaco di New York, vero imprenditore che ha rivoluzionato il mondo dei media e della finanza a livello globale, ha detto di non essere nè democratico nè repubblicano, di non essere sempre d’accordo con Hillary Clinton, ma di aver deciso di votare per lei per evitare che l’America potesse vedere da qui ai prossimi anni i suoi valori travolti. Poi ha parlato di storia, proprio qui da Filadelfia,la culla della democrazia americana: «Il nostro Paese ha avuto le sue sfide, gravi, difficili, ma non si è mai ritirato per la paura di perderle: non nel 1776, nel 1863, nelle due guerre mondiali, non durante la Grande Depressione o a Selma o a Stonewall e non nell’attacco dell’11 settembre. E non dobbiamo cominciare ora».

Bloomberg ha pronunciato il discorso più aggressivo contro Trump e il suo appello a decine di milioni di indipendenti di fare lo stesso è stato un successo chiave per Hillary. Poi l’attacco: Trump è un “con” un “truffatore” ha detto Bloomberg, a New York li riconosciamo subito: «Dice di voler espellere 12 milioni di immigrati illegali ma poi trova il modo di barare sul visto per far entrare lavoratori a basso costo. Attacca il libero commercio, ma gli indumenti che vede sono fatti all’estero… La piu grande ricchezza di Donald Trump è la sua ipocrisia». Lo stesso forse, con parole diverse, hanno detto Joe Biden e il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine. Kaine, senatore della Virginia proiettato sulla scena politica nazionale, ha fatto un discorso onesto ma non travolgente: efficace quando ha parlato in perfetto spagnolo e quando con una battuta ha liquidato il carattere di Donald Trump: «Ma che uomo è un uomo che sembra derivare grande piacere dalla frase dura, sempre umiliante che pronuncia nel suo show televisivo “Sei licenziato!!” (”You are fired”)».

Obama: «La mia America ha dignità, coraggio e ingegno. E voterà Hillary»

Molto buoni anche i discorsi di Barack Obama e di Michael Bloomberg, ma il migliore, il piu appassionato è stato il discorso del vicepresidente Joe Biden. Un discorso commosso, ha parlato del figlio Beau, morto di cancro nel 2015, determinato, da grande statista finalizzato a due obiettivi: far capire che la percezione comune di Hillary Clinton è sbagliata, come è sbagliata la percezione che molti possono avere di Donald Trump: «Quando di parla di Casa Bianca non si parla di “reality show”, parliamo di realtà, punto», ha detto.

Trump occorre dirlo, non si è aiutato con l’uscita di ieri, la sua richiesta alla Russia di scovare le 30.000 email rimaste segrete di Hillary Clinton. Che un candidato chiedesse apertamente a una potenza straniera, peggio a una superpotenza in questo momento nemica per via dell’invasione dell’Ucraiana di immischiarsi nella politica interna americana non era mai successo. Ma Trump è maestro nel capitalizzare sulla provocazione. Come ha detto Biden, non basterà la provocazione o il bullismo per guidare gli Stati Uniti d’America : «Hillary è la più preparata oggi per guidare l’America», ha detto Biden. I messaggi a favore della ex First Lady sono stati chiarissimi, la signora potrà aver commesso degli errori (come ha detto Obama) ma gli errori sono inevitabili quando si deve provare qualcosa di nuovo. Nel percorso per ricordare, anzi affermare le qualità che molti non vedono nella Clinton, si è capito che è una donna leale, preparata a occupare e gestire già nel primo giorno la Casa Bianca e soprattutto in grado di negoziare con il Congresso. Ancora di questo non ci si rende conto a livello di elettorato di massa. Ma a questo punto non basteranno le terze persone per convincere gli indipendenti e centristi americani, Questa notte parlerà lei. E dal podio, dovrà chiudere la convention non solo con una chiaro passaggio verso il centro, ma con un messaggio energico, trasparente, persino simpatico se gli riuscirà, visto che da ora in avanti la possibilità di fare storia fino in fondo è soltanto nelle sue mani.

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